#Sanremo2020 | Figure e figuracce del Festival, ovvero di cosa parleremo la prossima settimana

#Sanremo2020 | Figure e figuracce del Festival, ovvero di cosa parleremo la prossima settimana

L’ultima serata tra gaffes, orrori, ritratti e neurodeliri

Nel Festival imprevedibile ispirato alla famiglia di Amadeus e ai buoni sentimenti, in questa Villa Arzilla in cui si parla di malattie, splendono alcune figure (e figuracce) memorabili di questo interminabile festival: perché ormai lo sappiamo, con le sue nottate interminabili il festival è binge watching! the festival is the new #MaratonaMentana!

Salviamo Ornella Vanoni
Perché Alberto Urso ha portato con sé la decadente Ornella Vanoni? Intonano (si fa per dire) La voce del silenzio. Lei, senza ‘voce’ e quasi senza faccia, colata nella plastica, legge il gobbo malamente, lui la rincorre e ne tampona le mancanze. Sembra che Ornella debba continuare a lavorare per far fronte ai problemi familiari.

La twerk queen si è sgonfiata da sola
L’ereditiera pensava di venire a Sanremo in vacanza.
Il lavoro l’ha stroncata: “Ho sudato lacrime”, dichiara, “un giorno sono stata in studio per otto ore”.
Sembra abbia dovuto sforzarsi di cercare un vocal coach, prenotarsi il ristorante da sola o far la fatica di tenere in mano un microfono, è così pesante. Sono dolori per chi è sempre accompagnatissima, assistitissima da manager, agenti e lacchè.
La regina della twerk è nuda, senza voce, senza grande spessore, il nulla eterno, è dispiaciuta di Morgan e Bugo perché, dice, “così l’ultima resto io!”.

Nella serata finale Elettra Lamborghini va “fuori di seno”.

Il look sottilmente evocativo di Diletta Leotta

Rita Pavone
Una regina della canzone, classe 1945, annunciata al festival e presa di mira dai social. Aveva detto di Greta che era un personaggio da film horror. Si era schierata a favore di Salvini. Dice che ama l’Italia e infatti vive in Svizzera, ma solo per non pagare le tasse. Parla sempre e solo di soldi, di bonifici e di quanto ha guadagnato. Le va dato atto di avere ancora una grinta enorme. Dopo la “vecchia che balla”, la “vecchia che canta”. La terza età è sempre più rock.

La maschera e il volto

L’inviato mascherato, con il gadget sanremese di Rancore.

La reunion
Litigare per amore? Perché? A settant’anni ci si ritrova e quando arriva Marina Occhiena a rinverdire i Ricchi e Poveri si capisce che ci siamo persi qualcosa. Abbiamo sopportato per trent’anni il grugno della brunetta, unico caso universale in cui i poveri hanno avuto la meglio sui ricchi.

Achille Lauro in borghese
I Travestimenti di Achille Lauro
L’esile cantante oltre che emergente e furbo performer, la prima serata è Francesco d’Assisi.
Imita una delle scene più struggenti della vita del poverello, che a 24 anni, un giorno d’inverso del 1206 lascia il palazzo paterno, prospero mercante di stoffe.
L’unico figlio gli restituisce gli abiti per dedicarsi ai poveri ai perduti, piazza Santa Maria Maggiore davanti alla sede Vescovile di Guido, monsignore d’Assisi che lo avvolge col suo mantello.
Il padre non lo perdonerà mai.

Per la serata delle cover l’ispirazione è più recente: al trasformismo di Ziggy Stardust, una delle tante identità di David Bowie, un personaggio teatrale che si presentava in abiti femminili, tute attillate che lasciavano intravedere, il viso secco, arcigno, pallido quasi alieno. I colori erano i trucchi sul volto e sulla folta chioma ramata.

La quarta serata si trasforma nella Marchesa Luisa Casati Stampa, la ‘piccola amica dorata’ del Vate Gabriele D’Annunzio, eccentrica figura nera, perduta e indemoniata, dedita al piacere, un profumo di pioggia nel pineto, l’atmosfera spenta e decadente del Vittoriale, l’epoca delle imprese e delle rovine che attendevano poco dopo l’Italia nel baratro fascista. D’Annunzio si ispira a lei per uno dei suoi romanzi:

“… avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garze orientali, tinte di strani sogni di Fortuny. Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Ogni gesto restava inimitabile, dal togliersi la lunga calza di seta stando accosciata sul letto al togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell’ascella”.

La finale è tutta dentro l’apparizione di Elisabetta I, donna e regina, illuminata e sfrontata, governa dal 1558 al 1603, la figlia delle seconde nozze di Enrico VIII, ultimo dei Tudor, e di Anna Bolena. Nasce il 7 settembre 1533 a Greenwich, in Inghilterra, prima prigioniera poi signora. Sono anni di controversie tra cattolici e protestanti, sono gli anni della grande letteratura di Marlowe e Shakespeare e del filosofo Francesco Bacone.

Sono stato molto colpito dalla sua indipendenza, di cui aveva fatto un vero e proprio baluardo. Mi è parso il personaggio più adatto per chiudere la serie di performance con cui, in queste sere, ho unito personaggi che in modi diversi mi hanno ispirato attraverso modalità altrettanto differenti di esprimere e vivere la libertà. Elisabetta I è riuscita a fregarsene, a tener testa agli uomini con cui si confrontava: lo faceva anche attraverso il suo aspetto, indossando abiti larghi sulle spalle, per rendere la propria fisicità imponente quanto la propria personalità e per non essere mai inferiore ai propri interlocutori maschili. (Achille Lauro)

Indossando i costumi Gucci appositamente creati per il Festival, realizzati dallo stilista Alessandro Michele, Achille Lauro ha dipinto un ritratto interiore di un disperato. Dentro lo spaventoso colossal ipocrita di buoni sentimenti, amore, bontà, correttezza, educazione, è riuscito a dare un volto al nostro sabotaggio di dentro, alla follia, alla disperazione che talora abita le nostre vite, sotto la coltre di falsità di questo carrozzone: di panna montata avvelenata ne vogliamo ancora, siamo dieci milioni di telespettatori a volere questa dose di eroina, di disperazione, di malessere. Ne vogliamo noi stessi per noi stessi, Che bello: riuscire a scorgerlo e sentirsi fragili e umani.

Le ultime parole famose
Reparto neurodeliri
Su questo crinale il momento magico, unico nella storia del festival. Christian Bugatti in arte Bugo, al suo attivo brani storici come Casalingo o Io mi rompo i coglioni, l’album Dal lo fai al ci sei (2002), si volta e se ne va. Irrompe l’inatteso, le telecamere perdono l’inquadratura. Saltano i ritmi e questo festivalone, dispositivo a mille giri, va in tilt. Poi tutto si ricompone, subito dopo, ma quell’attimo! Si vive per quell’attimo: è il momento in cui la bella lascia lo sposo sull’altare, in cui si scopre che gli assassini dell’Orient Express erano tutti e dodici, che muore Stephanie Forrester, che qualcuno a Dallas spara a Jr, che sull’aereo di Casablanca sale solo lei. Si crepa il velo dell’ipocrisia, Babbo Natale non esiste, “E’ un sugo pronto? Noooo”.

Morgan se ne va, Amadeus annuisce. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Insomma, non si può governare tutto: ogni tanto fa irruzione la sorpresa (per fortuna), anche se Fiorello con una risata sa gestire quasi tutto. La macchina si inceppa e poi riparte, piccola sosta e poi la conversazione riprende, la conferenze stampa, gli aneddoti, i gossip notturni. Il Festival si rigenera, araba fenice, dalle proprie rovine e si nutre delle proprie disgrazie.

La classifica
Al primo posto Diodato: commentando i testi delle canzoni di #Sanremo2020 mi ero soffermato sul suo. Lo definivo “elegante e vario”. Gli è bastato per vincere.
Secondo posto per Gabbani: fin dalla sua prima apparizione a Sanremo, uno dei beniamini dell’équipe di Trovafestival.
Terzi: la sorpresa dei Pinguini Tattici Nucleari. A noi sono piaciuti subito, così come Gli Eugenio in Via di Gioia. Non esiste solo Stato Sociale, evviva.

Luca Monti Pinguino Tattico Nucleare ad honorem con il gadget del gruppo.

Il contest
Ma #Sanremo2020 continua: potete caricare le vostre foto (e soprattutto votare) per il contest #Sanremoacasamia: il link.

Post scriptum
Elettra Lamborghini NON è arrivata ultima.

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