#Sanremo2020 tra sacro e profano | Cronaca per chi non lo ha visto e vuole lo stesso sostenere una brillante conversazione

#Sanremo2020 tra sacro e profano | Cronaca per chi non lo ha visto e vuole lo stesso sostenere una brillante conversazione

Il superInviato di trovafestival Luca Monti si rifocilla prima delle fatiche della serata e della scrittura di questa corrispondenza
La serata del martedì, la prima serata, tante le cose da raccontare.
Un unico racconto tra sacro e profano.
Per cominciare siete fortunati, voi che non avete visto il lungo penoso monologo di Diletta Leotta, scritto probabilmente da Edmondo De Amicis per il libro Cuore e cancellato dal suo editor.
C’è gente che pensa ancora che Albano e Romina rappresentino la cultura contemporanea? Ponete questa domanda alla macchinetta del caffè…
Vi siete persi un inedito di Malgioglio. Davvero siete miracolati. Sembrava una sagra del peperone.

Cominciamo dall’inizio.
Buttatevi su una cosa tipo: “Certo che Fiorello vestito da prete è sempre bravo”.
Lanciate tranquilli una battuta sulle giurie demoscopiche, che non ce la possono fare: evidentemente il gruppo di Milano Eugenio in Via di Gioia, in gara tra i giovani, era il più bravo ma ahimè me a far votare il popolo succede una Brexit e così le novità sono sopraffatte da due banali cantanti già sentiti (e raccomandati, uno fa Gassmann di cognome). “Meglio una bella giuria di qualità”, e chiudete la discussione.
Volete fregiarvi di qualche commento sul conduttore? Amadeus sembra un cameriere che ha imparato a memoria quattro cose del menu. Scandisce banalità di uno scontato che nemmeno mio nipote di 10 anni potrebbe…
Diletta Leotta, segnatevi il nome. La tradizione è una cosa, parlare di bellezza di donne di Italia in quel modo lì è una volgarità, ha tirato in ballo la nonna seduta in prima fila. Imbarazzata (la nonna).
Manca sempre un pizzico di coraggio e di cattiveria, l’Italia per fortuna non è più così, pizza mandolino e crostate ai mandarini (speriamo).
Attenzione: qualche colpo di genio c’è stato.
Per restare tra sacro e profano: Achille Lauro che entra vestito di un nero mantello piedi nudi e poi come Francesco si spoglia, resta con un brillante costume intero, grida “Me ne frego”. Resterà nella storia del festival come una Patty Pravo d’annata e dannata.
Finalmente.

Sacro e profano, dicevamo. All’inizio con Fiorello vestito da prete che intona un Amedeus da messa, un bel caso da oratorio il linguaggio Lis delle Vibrazioni, Frate Indovino Marco Masini, Albano e Romina, campione della italica prole, con la giovane che sfortunata è figlia della Power ma ha la faccia di lui.
Se volete andare sul sicuro parlate di Tiziano. È stato bravo. Ha fatto Volare e una versione struggente di Almeno tu nell’universo.
Se volete poi un punto di vista dalla Sala Stampa Lucio Dalla, potreste anche sentenziare:
“Accidenti al Nutella stage”. In città non si cammina più.
A Sanremo si fanno code dappertutto. Blindati e scannerizzati, con canzoni non strepitose, ci domandiamo se questa Italia potrà essere anche meno piatta, meno retorica e un po’ più coraggiosa.

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