Quantità e qualità: i parametri di valutazione di un festival. Riflessione di Andrea Minetto

Qualche settimana fa è uscito un articolo su “The Vision” che è stato ripreso da molti colleghi e appassionati di festival.
https://thevision.com/intrattenimento/festival-musicali-italia/

Stavo per condividerlo anch’io perché ha molti spunti interessanti e racconta in maniera chiara e scorrevole un mondo che non ha certo i tappeti rossi da parte delle istituzioni ma anzi, come giustamente dice l’autore, fa sempre fatica a essere riconosciuto come motore di sviluppo economico e territoriale.

Mentre sceglievo la frase più efficace da quotare e condividere nella mia bolla social però, il titolo non mi suonava improvvisamente più giusto. Più lo rileggevo e più avvertivo che c’era qualcosa che non mi tornava, come se fosse una sintesi forzata non solo nella forma, ma anche nella sostanza perché partiva da una verità sacrosanta per arrivare a una conclusione basata su una domanda retorica completamente semplicistica e anche un po’ ingiusta.

Perché si fanno pochi festival in Italia?” Ecco il titolo-domanda che conteneva l’implacabile assunto da cui partiva tutta la tesi dell’articolo.
Provo allora a ribaltare la domanda: voi credete davvero che in Italia si fanno pochi festival?

Giusto per cominciare, date intanto un occhio qui www.trovafestival.com, poi fate qualche ricerchina su Google facile facile e vedete che in Italia il problema è esattamente l’opposto o almeno un po’ più complicato di certe semplificazioni.

Ad approfondire bene il punto da analizzare è secondo me un altro e parte dalla natura stessa e intrinseca del ‘formato festival’, che è per antonomasia un format eccezionale di sperimentazione culturale.
Il festival è per me un modello di possibilità realizzative incredibile e unico perché fin dalla sua progettazione (ne sanno qualcosa i mie studenti che fanno ore di esercitazioni proprio su questo) può essere declinato in mille modi diversi e al tempo stesso uguali su tantissimi territori, con differenti budget, per differenti temi o con uguali temi ma con differenti risorse proprio sul medesimo luogo. Poche variabili organizzative possono dare miriadi di risultati differenti.
Pensate quante decine e decine di festival teatrali esistono in Italia, e quante forme diverse assume un festival che ha al centro lo stesso genere musicale come il rock o il jazz. Non si riesce a contarli.

O pensate ancora come può essere declinato in mille modi diversi il concetto di festival di ricerca o quanti scenari meravigliosi vengono creati dai tanti festival estivi nei nostri borghi storici di tutta la penisola.

Questa straordinaria varietà che di volta in volta assumono i festival non solo ne costituisce l’identità più autentica ma è proprio la sua forza inesauribile che li fa proliferare spontaneamente e continuamente in mille forme diverse in ogni regione d’ Italia.

Pensate a un’esperienza come “Suoni delle Dolomiti”. Fino a qualche anno fa era l’unico che proponeva musica ad alta quota, mentre ora ha gemmato decine di figli e di festival similari altrettanto belli sparsi su tutti i monti d’Italia. (MusicaInquota, Noborder, Chamoisic, per citarne solo alcuni.)

Pensate all’esperienza dei festival diffusi come BookCity: una volta solo eclettica esclusiva di Milano, ora esportati con successo in tantissimi contesti urbani come strumento principale di rigenerazione urbana e innovazione culturale. (Pianocity Palermo, Firenze String City, ecc.)

Pensate a un veterano come FestivaLetteratura di Mantova e a quanti festival tematici ha inspirato, da quello della Mente a Sarzana, a quello della Matematica a Torino o quello sull’Economia di Trento.
Un caleidoscopio di possibilità infinite, a disposizione del pubblico ma soprattutto di chi è sufficientemente bravo o incosciente da provarne a organizzare qualcuno.

Ecco allora dove sta il punto: un pezzettino di analisi oltre a quello che vedono gli spettatori, un pezzetto riflessione in più che può stimolare organizzatori e addetti ai lavori a non fermarsi all’analisi superficiale ma andare piuttosto in profondità e chiedersi se le difficoltà sono davvero sempre date dalla burocrazia e dalla politica, o capire come rafforzare i festival non solo con gli sponsor o studiare ancora di più nuovi meccanismi per intercettare altro pubblico.

Secondo me non è la quantità di festival che deve essere il metro dell’analisi, ma la qualità artistica e gestionale di quelli che esistono. Pochi o tanti che siano è la qualità organizzativa e artistica che deve darci la misura della salute del comparto italiano rispetto al resto del mondo.

Il problema e la sfida non rimangono quindi né la politica né la burocrazia, certamente elementi difficili in gran parte d’Italia, ma solo e soltanto la qualità artistica e di servizi che i festival italiani riescono a offrire.

Aggiungendo questi due parametri al titolo iniziale la domanda potrebbe allora aver finalmente senso: perché si fanno così pochi festival di qualità in Italia?

(Analisi di Andrea Minetto. 20 agosto 2019)

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