#Sanremo2019 | Sbarcano gli indie: l’intervista esclusiva di Luca Monti a Motta

Ma chi sono questi indie? Presenza significativa nella seconda edizione del festival di Claudio Baglioni, metà dei 24 big in gara vengono dagli ascolti dei giovanissimi, si definiscono ‘off’, ‘trap’, trascinano negli ascolti del Festival il target 15-24 anni.
Ce lo spiega Motta, al primo Sanremo, trentenne autore di due album premiati con Targhe Tenco, un uomo schivo, telegrafico che ha risposto con precisione a un fuoco di fila di domande in sala stampa.
L’accento tradisce la sua nascita a Pisa, classe 1986, Francesco Motta comincia nel 2006 come voce e chitarra dei Criminal Jokers, gruppo rock con influenze diverse. Lui stesso dice che aveva diciotto anni e i suoi compagni di band si sono annoiati di lui, come lui stesso spesso si annoia di sé. Nel 2016 inizia la sua carriera solista con l’album La fine dei vent’anni, che il cantautore ricorda come difficilissimo, ancora elementi rock ma con un utilizzo ampio di chitarre acustiche; nel 2018 esce il secondo disco, Vivere o morire.

Dov’è l’Italia? I ragazzi e la rivoluzione. La canzone si chiede dov’è il nostro paese. Ti sei dato una risposta?

La canzoni non si spiegano, i miei temi sono amore e politica. Questo brano ha visto nascere prima il ritornello e poi la strofa, io scrivo proprio quando mi pongo delle domande cui non so rispondere, non so bene dove andremo, ma so che voglio esserci, comunque. Non so dov’è l’Italia come non so dove sia la bellezza. Penso però che dobbiamo per forza avere fiducia nell’essere umano e che non posso fare altro che dire di me, della verità.

Sei stato paragonato a Tenco e a Guccini, come ti senti in questo confronto?

Sono onorato di questi paragoni. Adesso esce solo un singolo, perché per me un altro album è un altro lavoro. Ho scritto gli album con molta difficoltà, cerco di dire sempre la verità, questo mi rende molto concentrato e molto serio, dire la verità non è facile mai, specialmente a me stesso. Ho scritto per parlare ai miei genitori, ai miei coetanei ai miei amici, o anche a me stesso non è facile essere sinceri con se stessi.

Nada canterà in duetto con te…

Questa canzone mi fa paura, è il primo brano che mi ha fatto paura quando l’ho sentito, ho conosciuto Nada e lei lo ha cantato, ho pensato che nessun altro avrebbe potuto cantarlo se non lei.

Hai saputo in ritardo del tuo essere in gara perché non prendeva il cellulare?

Mi piace ritirarmi e stare solo. Ero a Santo Stefano di Sessanio e non prendevano gli smartphone, non sono riusciti a dirmi subito che ero stato preso, poi per giorni ho continuato a non crederci.

Hai curiosità per tuoi colleghi in gara?

Achille Lauro mi ha colpito, mi ha incuriosito, mi piacerebbe collaborare con lui. Mi piace la Bertè, gli Zen Circus sono amici, però qui non riesco a vedere e sentire nessuno se non a notte fonda, certo che ci siano altri della mia generazione mi fa sentire a casa.

I cosiddetti indie?

Non sono d’accordo con questa definizione, sono indie certe major discografiche che fanno dischi indipendenti, al contrario certi indie fanno cose molto commerciali. Indie non è un genere musicale o un look, che cos’è? Vorrei che si rispettasse la parola indie come la parola “indipendente”. Indipendente è una parola veramente importante a volte viene usata male.

Hai in progetto un libro?

Sì, ci tengo molto. E’ un testo, meglio un saggio su come insegnare la musica.

Ma l’emozione da palco del festival?

Sento una grande responsabilità a stare qui, ma nella emozione mi sono divertito sul palco, me la sono giocata con passione.

Se non fosti stato cantautore?

La mamma voleva che suonassi la tromba, unico strumento che non suono.

Parola chiave per molti giovani qui al festival “rivoluzione”, cosa significa per te?

La mia rivoluzione da trentenne come me è una materia una disciplina che dovrebbe tornare l’educazione sociale, l’essere educati, gentili, come si dice in Toscana essere a modino, ecco già essere a modino è oggi una rivoluzione

(Luca Monti)

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