#approfondimenti | Sull’utilità e il danno dei festival letterari per la cultura contemporanea di Oliviero Ponte di Pino

Questo saggio è stato pubblicato sul numero 6 della rivista “Pretext. Libri & periodici, del loro passato e del loro futuro”, novembre 2017.

Il dibattito sull’utilità e il danno dei festival per la cultura contemporanea è un ingrediente indispensabile delle polemiche chic, soprattutto quelle estive. C’è chi li accusa di ridurre l’esperienza culturale a evento, di sprecare risorse per l’effimero penalizzando gli indispensabili investimenti strutturali. Privilegiano la spettacolarizzazione e l’evasione festiva rispetto all’impegno feriale, all’interno della polis, più faticoso ma più produttivo. Invece per i fan il loro successo risponde a un bisogno diffuso di conoscenza, incontro e approfondimento che le tradizionali agenzie e i mass media non soddisfano più. Rilanciano il valore della cultura e la promuovono, occupando le pagine dei giornali e garantendo persino qualche briciola di visibilità radiotelevisiva agli autori. Mettono in primo piano il valore della liveness e della socialità, magari intrecciandola con quel che accade nei social media. Riescono così ad attrarre fasce di utenti che in genere evitano con cura i luoghi deputati della cultura, che molti considerano esclusivi e noiosi. Senza dimenticare che i festival sono un grimaldello per il marketing territoriale: nella sua inchiesta sulle potenzialità economiche del paese, Dario Di Vico osserva che, per quanto riguarda il turismo, “la Grande Crisi non ha intaccato la forza delle nostre tre grandi porte d’ingresso (Roma, Firenze, Venezia) e anzi ne ha visto aggiungersi una quarta (Milano) (…) Ma in parallelo abbiamo assistito alla valorizzazione di città intermedie che hanno saputo costruire una attrattività di territorio: un museo, un festival sono riusciti a modificare i flussi e alla rendita turistica storica hanno affiancato una creazione di valore contemporaneo” (Dario Di Vico, Italia in Movimento, “Corriere della Sera”, 17 settembre 2017).

Il dibattito potrebbe continuare all’infinito, opponendo esempi e controesempi. Forse sarebbe meglio entrare nel merito: non tutti i festival sono uguali, non tutti hanno gli stessi obiettivi, non tutti li raggiungono. Per andare oltre l’impressionismo, sarebbe necessario disporre di una mappa completa e ragionata, con le tipologie di ciascun progetto. Finora non esisteva un censimento dei festival culturali italiani. In rete erano disponibili liste parziali all’interno di alcuni generi, settori o territori. Nel febbraio 2017 abbiamo lanciato il progetto trovafestival.com, un portale che ha censito nell’arco sei mesi oltre 570 manifestazioni culturali in vari ambiti (arti visive, cinema, danza, libri e approfondimento culturale, musica, teatro…) in Italia e nel Canton Ticino. Tra queste, Trovafestival.com ha intercettato finora circa 200 manifestazioni dedicate al libro, alla lettura e all’approfondimento culturale. Ciascuno di questi eventi ha le proprie caratteristiche.

La mappa di trovafestival: oltre 700 festival culturali in tutta Italia (e nel Canton Ticino).

Fiere e saloni
Una prima distinzione l’ha ribadita Giovanni Peresson nella recente inchiesta sui festival letterari (Una mappa per trovare i lettori, “Giornale della Libreria”, 4-7/2017, luglio agosto, in uno speciale che utilizza i dati di Trovafestival.com): è quella tra le fiere e i festival. I due format hanno modalità e obiettivi diversi, ma in parte lo stesso pubblico.
Fiere e saloni nascono sul modello del tradizionale mercato: l’esempio italiano più celebre è il Salone di Torino, prima edizione nel 1987, anche se la Fiera dei Librai di Bergamo, nata nel 1958, rivendica la primogenitura. Fiere e saloni hanno due vocazioni principali, più o meno appaiate: alcuni, come Torino o Parigi, si propongono come mega-librerie (un editore-uno stand) e il loro obiettivo primario è vendere libri fisici all’“utente finale”. Una volta ci si andava “perché si trova tutto”, oggi devono affrontare la concorrenza dei grandi store online. Alcune fiere sembrano aver assunto una nuova funzione perché danno spazio alla vitalità dell’editoria indipendente, come Più libri più liberi a Roma o Bookpride a Milano. Altre fiere (come quelle di Francoforte e Londra) si rivolgono soprattutto agli addetti ai lavori, concentrandosi nella sezione internazionale sul segmento B2B, ovvero sul mercato dei diritti: protagonisti sono gli agenti letterari e gli editor, il cuore è il Rights Centre.
I festival letterari, che adattano al libro un format già sperimentato dal teatro e dal cinema, hanno il loro fulcro nell’incontro. Nelle fiere il protagonista è il prodotto, ovvero il libro. Qui al centro dell’attenzione c’è l’autore: il valore sta nell’esperienza, nell’incontro, nella compresenza fisica. Naturalmente anche nei festival si vendono libri. Naturalmente anche le fiere ospitano incontri che hanno spesso un notevole valore culturale. Ma restano due format diversi e difficilmente sovrapponibili.

Grandi e piccoli
I festival hanno caratteristiche e vocazioni variegate. Trovafestival aiuta a tracciare una provvisoria e precaria tassonomia, da incrociare con analisi economiche e sociologiche (come quelle di Guido Guerzoni, Effettofestival 2008. L’impatto economico dei festival di approfondimento culturale; ed Effettofestival 2012, disponibili alla pagina http://www.festivaldellamente.it/it/effettofestival).
Ci sono i grandi e i piccoli, anche se per valutare la dimensione bisogna tener conto di vari elementi. Il primo è la capacità d’attrazione: in Italia viaggiano intorno alle 100.000 presenze (e oltre) il Festival di Filosofia (Modena, Carpi e Sassuolo, che supera le 220.000 presence con gli incontri non filosofici), Bookcity Milano (160.000), Festivaletteratura (Mantova) e Pordenonelegge. Un secondo parametro dimensionale è il numero di eventi: in testa alla classifica c’era una manifestazione partecipata e diffusa come Bookcity Milano, con oltre 1400 eventi in tre giorni nell’edizione 2017 (contro i 350 della prima edizione nel 2012). A questo gigantismo si sono accodati il Salone di Torino (nell’edizione 2017 ben 1.394 eventi al Lingotto e 581 al Salone Off, per un totale di 1.975 appuntamenti) e Tempodibri (con quasi 800 eventi al debutto nell’aprile 2017). Mantova si attesta da tempo intorno ai 200-230 eventi.
Altri elementi significativi sono il fatturato (i festival maggiori hanno un budget di centinaia di migliaia di euro, mentre le spese dirette per l’edizione del Salone di Torino 2014 ammontavano a circa 4,3 milioni di euro) e l’indotto economico: per l’edizione 2014 del Salone di Torino, un ritorno sul territorio di 20,7 milioni di spese dirette più 32,3 di effetti indiretti e indotti (le ricerche di Fitzcarraldo per il 2009 e il 2014 si possono scaricare alla pagina http://www.salonelibro.it/it/home/158-salone/dimensione-economica/10151-la-ricerca-sulla-dimensione-economica-in-pdf.html).

Allargare il pubblico della cultura
Altro aspetto strategico sono le fonti di finanziamento: pubblico, privato o da sbigliettamento. Per il Festival di Mantova, edizione dopo edizione, si è rovesciato il rapporto tra enti pubblici, sponsor privati e biglietti: considerato 100 il costo di ogni edizione, se nel 1997 le tre voci pesavano rispettivamente 62,1, 27,7 e 10,2, nel 2015 le proporzioni erano di 11, 72 e 17 (Festivaletteratura dei record: dalle 15mila presenze della prima edizione alle 125mila del 2015, “La Gazzetta di Mantova”, 28 giugno 2016). Sul bilancio incide il prezzo d’ingresso agli eventi: la gratuità totale, o una tariffa di pochi euro per evento (utile soprattutto per gestire le prenotazioni), oppure un biglietto da 10 € e più, in grado di produrre introiti significativi.
Uno degli obiettivi prioritari delle politiche culturali, sottolineato anche dalle recenti direttive della Comunità Europea (Creative Europe 2014-2020 alla pagina https://ec.europa.eu/programmes/creative-europe/), è l’allargamento e coinvolgimento del pubblico (audience development and involvement). Un parametro utile per valutare l’efficacia dell’investimento (non certo l’unico) è il “costo-contatto”, la spesa necessaria per portare un singolo utente a un evento culturale (ovvero il rapporto tra investimento totale e presenze e quello tra investimento pubblico e presenze). La facilità d’accesso, la prossimità, la gratuità (ma anche l’eventizzazione) sono alcuni degli ingredienti dei festival che contribuiscono a favorire l’accesso agli eventi culturali.

I generalisti
La dimensione complessiva di una manifestazione interessa soprattutto chi la dirige, oltre che gli sponsor, pubblici e privati. Ma in un festival letterario di norma i singoli eventi restano “a misura d’uomo”: al massimo di un paio migliaia di persone per gli eventi top, e solo nei festival più frequentati. Siamo in ogni caso lontanissimi dai 220.000 spettatori accalcati al concerto di Vasco Rossi a Modena il 1° agosto 2017 o dai 140.000 fan di Luciano Ligabue che hanno invaso Campovolo.
Il totale delle presenze dei grandi festival è la somma di decine o centinaia di eventi per piccole platee. A caratterizzare il programma festival non sono tanto i grandi eventi, ma il mix di offerte e la coerenza e la continuità della proposta. I festival generalisti, come quelli più grandi e ormai “storici” a Mantova e Pordenone, sbandierano in cartellone le star del circuito letterario internazionale editorial-spettacolare, trovando eco sui grandi organi di informazione. Hanno una ambizione generalista anche decine di manifestazioni minori, in centri piccoli e medi, che affiancano autori di “chiamata”, disponibili a promuovere (in genere a titolo gratuito) il proprio libro, a glorie locali, anch’esse in grado di catturare la loro nicchia di spettatori.

La pedagogia
Per differenziarsi dalla genericità della proposta e identificare un target, si sono moltiplicate le manifestazioni monografiche. Per prime sono arrivate le materie scolastiche, quasi a tradire una implicita vocazione pedagogica: oltre alla filosofia, la storia (èStoria a Gorizia), le scienze (Genova, Cagliari, Bergamo, Roma…), l’economia (Trento), il diritto (Piacenza), la spiritualità (Torino, quasi a sostituire l’ora di religione), il mondo antico (Rimini)… Poi ci sono le professioni (ovviamente culturali): il Giornalismo (quello di Internazionale a Ferrara, e a Castagneto Carducci), il Giornalismo Culturale (Urbino), la Traduzione (ancora Urbino e Bellinzona), la Comunicazione (a Camogli)…
Diversi progetti nascono intorno a sostantivi trasversali che “fanno tendenza”: la Creatività (per il Festival della Mente di Sarzana), la Resilienza (a Macomer), la Lentezza (Colorno), il “Vintage-Future” (a Padova), i Matti (Venezia), i Sensi (con sessioni nel Parco dei Gessi a Bologna in primavera e nella Valle d’Itria in agosto). Imprevedibile successo ha avuto nel maggio 2017 la prima edizione del Festival della Disperazione ad Andria, inaugurato dall’intervento di Giampaolo Ormezzano (“La morte: quale futuro?”) e concluso due giorni dopo da Carlo Lucarelli che raccontava “La fabbrica della disperazione”.
Limitandosi all’ambito letterario, è possibile segmentare l’offerta privilegiando i generi: il noir (nel 2016 a Como e Milano, dopo una lunga sequenza di edizione a Courmayeur), la letteratura di viaggio (a Roma ma non solo), LetterAltura (“festival di letteratura di montagna, viaggio, avventura” a Verbania), il Rosa (Women’s Fiction Festival a Matera), il Comico (a Livorno, con la supervisione di Stefano Bartezzaghi). Spopola il fantasy: fate, elfi, gnomi e folletti animano tra l’altro Castelfranco Emilia, Garda, Mestrino, Bomarzo, Roccaraso…

Si possono ideare appuntamenti monografici dedicati a un unico autore. Il modello sono le rassegne musicali come Torre del Lago-Puccini o Pesaro-Rossini.
Viene ripreso non tanto per celebrare i grandi nomi della letteratura italiana, quanto per rendere omaggio a personaggi di culto come Cesare Pavese (a Santo Stefano Belbo) o John Fante, cui è dedicato il festival ospitato a Torricella Peligna, il paesino abruzzese da cui emigrò il padre dello scrittore.
Le proposte monografiche hanno un ulteriore vantaggio, che s’intreccia con una tendenza – o una moda – che investe gli eventi culturali: rende possibile (o più facile) intrecciare varie discipline, accostando il libro allo spettacolo al concerto al film alla mostra…
Un’altra chiave è la geografia, come insegnano le rassegne dedicate alle cinematografie minori (o emergenti). Intrecciando questa chiave con l’identità di alcune case editrici, sono nati I Boreali (letteratura nordica a Milano e non solo, a cura di Iperborea), Encuentro (letteratura spagnola e sudamericana a Perugia), o il Mimesis Festival a Udine.
E’ sorprendente la quantità di manifestazioni (diverse decine) riservate ai bambini, e anche nelle manifestazioni per adulti si moltiplicano “spazi, laboratori, proposte dedicati ai più piccoli, pensate forse all’inizio per permettere alle famiglie di partecipare, ma che stanno prendendo sempre più spazio e mi sembra si stiano trasformando in qualcosa di diverso, quasi festival paralleli per i più piccoli” (Chi ascolta cosa nel mese dei festival?, Franco Lorenzoni, Domenicale del “Sole-24 Ore”, 2 settembre 2017).

L’enciclopedia
La vocazione enciclopedica è presente a vari livelli. Per i grandi festival letterari, l’ambizione è di inanellare, anno dopo anno, un’antologia dal vivo dei grandi nomi della cultura mondiale. Per una manifestazione inclusiva come Bookcity, l’articolazione dei temi trasforma il programma in una “wikipedia live”, dove è possibile raccogliere il parere di centinaia di esperti in altrettanti settori. Nel loro insieme, i festival monografici mappano il nostro sapere sovrapponendolo alla geografia italiana, ovvero alla vocazione culturale specifica di ogni città, vera o solo immaginaria. Ormai, volendo coprire tutto il sapere tradizionale, restano libere solo nicchie sempre più specialistiche (o localistiche).

L’impegno
Un filone in notevole sviluppo riguarda l’impegno civile (o il politicamente corretto). Sono nate manifestazioni dedicate alla Democrazia (Torino) e ai Diritti umani (Milano e per il cinema a Perugia). I festival possono diventare piattaforme per l’attivismo politico: notevole eco ha ottenuto il “Manifesto per una comunicazione non ostile” lanciato alla prima edizione di Parole O_Stili (Trieste) nel febbraio 2017. Hanno vocazione militante il Festival Alta Felicità (organizzato dai No-TAV in Val di Susa), Trame (il “festival dei libri sulle mafie” a Lamezia Terme), Segreti d’autore (festival dedicato alla “natura della legalità e legalità della natura” che si tiene nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni). Sta diventando un genere (ed è senz’altro politicamente corretto) anche la “letteratura migrante”, al centro di progetti come Suq (Genova), Fuori Luogo (Sesto San Giovanni) o Sabir Fest (Messina e Catania).

Piccolo è bello
Alla tendenza al gigantismo si contrappone il “Piccolo è bello”. Si privilegia la dimensione intima, per favorire la profondità dell’incontro e dell’esperienza, oltre che il rapporto con il territorio e i suoi abitanti. Prototipo è Stazione Topolò, il “festival più piccolo del mondo”, ospitato in un minuscolo borgo della Carnia: “Gli incontri avvengono nelle piazzette, nei vicoli, nei fienili, nei boschi che assediano il paese; senza palchi, senza quinte, senza separazione tra abitanti, artisti e pubblico tanto da ricavarne un’impressione di partecipazione corale”. Su questa linea, (quasi) tutte le piccole isole italiane hanno il microfestival letterario (che spesso si affianca a quello cinematografico e/o teatrale).
In molti casi la priorità è animare il soggiorno dei villeggianti. Sono sempre più numerose le manifestazioni che si svolgono, oltre che in riva al mare, ad alta quota, anche in luoghi raggiungibili solo dopo una faticosa salita. Hanno iniziato i concerti (magari all’alba), poi sono arrivati anche eventi letterari in quota site specific.
L’immersione nella natura si intreccia alla preoccupazione per il paesaggio: il festival eponimo si tiene ad Anacapri. La Luna e i Calanchi, il “festival della paesologia” ideato da Franco Arminio ad Aliano, vuole valorizzare “le aree interne, le terre alte d’Italia”. Il Festival dei Tacchi si avvale degli sfondi western dell’Ogliastra. Rocciamorgia “ha come protagonisti geografia, geologia e orografia” del Parco delle Morge.

Concentrato e diffuso, immobile o itinerante
A differenziale i festival sono anche la località che li ospitano. Da un lato quelli estivi, che si svolgono soprattutto in località medie e piccole e si rivolgono anche (o soprattutto) a un pubblico che arriva da fuori, creando a volte un significativo indotto economico. Dall’altro i festival metropolitani e cittadini, destinati in primo luogo agli abitanti del luogo e programmati nel corso dell’anno. Oliver Baldacchino, spettatore del Festival della Mente 2017 (Sarzana), si lamentava su “la Repubblica” del 4 settembre 2017 che “D’inverno solo rassegne, mi resta solo Youtube”: in realtà il calendario di Trovafestival è imprevedibilmente fitto anche d’inverno, non solo nelle metropoli.
Numerose manifestazioni concentrano il palinsesto in un unico spazio: non solo quelle piccole, ma anche i grandi festival rock dove i concerti si susseguono su un solo mega-palco. Le programmazioni più articolate invadono una pluralità di venues (piazze, teatri, castelli, palazzi e edifici storici…), e a volte reinventano la loro funzione: ex fabbriche o edifici pubblici dismessi, spazi ipogei dimenticati, cascine urbanizzate, vengono restituiti alla cittadinanza con eventi di forte valore simbolico. Il “festival diffuso” può invadere l’intera città: nell’arco di tre giorni l’edizione 2017 di Bookcity ha occupato oltre 250 luoghi in tutti i quartieri di Milano.
C’è chi esplora una dimensione itinerante, con soluzioni originali. Lo Sponz Fest, ideato da Vinicio Capossela, ripercorre sera dopo sera, con una serie di tappe spettacolari (non solo musicali), l’itinerario della ferrovia che collegava Avellino a Rocchetta. Il Festival Strada degli Scrittori risale la SS 640 toccando i luoghi che hanno visto nascere e scrivere grandi autori siciliani come Antonio Russello, Andrea Camilleri, Leonardo Sciascia, Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Tomasi di Lampedusa.
A Nord-Est il Microfestival non è solo piccolo, è anche un laboratorio itinerante “che racconta e dà voce a territori di confine” toccando piccoli borghi tra Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia. Il Periferico Festival è nato con l’intenzione di animare ogni anno un diverso quartiere di Modena. La formula nomade, che tocca diverse grandi città, affascina gli sponsor privati: vedi il Festival dello Sviluppo Sostenibile (con il sostegno di Enel, Unicredito, Unipol e Wind) che nel 2017 tocca diverse metropoli.

Marketing
Tutti questi festival si fanno concorrenza: l’investimento in promozione e un efficace ufficio stampa sono una delle chiavi del successo, forse prima ancora della qualità della programmazione. Per attirare l’attenzione e fissarsi nella memoria s’inventano etichette fantasiose, che giocano con le parole come LetterAltura. In tempi di crisi va di moda la crasi: PraLibro a Prali, FraleMura a Framura, Materadio (a cura di Radio3) a Matera.

I festival del futuro
Migliaia di eventi programmati in centinaia di festival e saloni:. Ma quasi tutti ricadono in generi consunti, che difficilmente possono attrarre il “non pubblico”: la presentazione, la conferenza, il dibattito, la lezione, o meglio la lectio magistralis che ormai non si nega a nessuno. La prevedibilità del format spinge alla spettacolarizzazione: l’autore coinvolge attori, musicisti, dj e vj, o diventa lui stesso showman, con maggiore o minor perizia.
Affiorano altri trend. Dal 2011, alcuni scrittori italiani vengono invitati a soggiornare sull’isola di Ventotene, per scrivere un racconto ispirato dall’isola; durante il fine settimana, il festival si apre al pubblico con la lettura degli inediti che verranno successivamente raccolti e pubblicati. Insomma, si chiede all’evento di non restare fine a sé stesso, ma di produrre letteratura, di lasciare una traccia che magari può finire sui depliant della Pro Loco. Altri dispositivi cercano di innescare la partecipazione del pubblico, attraverso i social ma anche usando tecniche di arte partecipata (vedi anche Oliviero Ponte di Pino, La cultura in piazza, “Pretext”, n. 2, giugno 2014).

Il Festival della Polemica
Altre caratteristiche possono innescare polemiche. Chi organizza e gestisce il festival? Le soluzioni sono variegate: direttamente gli enti locali, oppure gruppi, fondazioni culturali o bancarie, associazioni culturali e no-profit, ma anche associazioni di editori e librai, o le singole case editrici…
Altro elemento distintivo è la durata: l’esperienza festivaliera si può bruciare in un week end, oppure dilatarsi nell’arco della settimana, o allargarsi fino a degradarsi in “rassegna” o “stagione”.
Lo scenario è complesso, sarebbe necessario continuare la discussione. Magari al Festival della Polemica, organizzato ad Acquaviva delle Fonti: “Tre giorni dedicati alla discussione di grandi temi, con ospiti nazionali dalle visioni totalmente contrapposte”, dove “il pubblico potrà intervenire solo per polemizzare con gli invitati”. Ma tranquilli, non succede niente di grave: “Ogni discussione finirà letteralmente a tarallucci e vino, come da tradizione pugliese, con un’offerta simbolica del perdente nei confronti del soccombente”. Perché l’Italia è tutta un festival.

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